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33 anni, grafico editoriale. Romano d'adozione, si sposta con un'automobile che evoca gli anni di piombo ed è appassioanto di musica popolare brasiliana.

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domenica, 27 novembre 2005

Alberto Burri                       Alberto Burri, SZ1 (1949)

Alberto Burri (Città di Castello, 1915)  è l’artista italiano che, insieme a Lucio Fontana, ha fornito il maggiore contributo al panorama artistico internazionale. Il suo percorso artistico ha teso in tutto il secondo dopoguerra alla ricerca espressiva sulla materia, collocandolo di diritto in quella categoria che viene comunemente definita come “informale”.
Compiuti i suoi studi in medicina, si laurea nel 1940. Arruolatosi come ufficiale medico, verrà fatto prigioniero dagli inglesi a Tunisi nel 1940. L’anno successivo viene trasferito dagli americani in Texas. Tornato in Italia, abbandona definitivamente la medicina per dedicarsi alla pittura.
Sin dall’inizio nelle sue opere poco viene concesso allo stile figurativo in senso stretto: tra la fine degli anni ’40 e l’inizio dei ’50 elabora  le serie delle “muffe”, dei “catrami” e dei “gobbi”. Immagini astratte ottenute, oltre che con colori ad olio, utilizzando sulla tela smalti sintetici, catrame e pietra pomice. Alla metà degli anni ’50 appartiene la sua serie più famosa, quella dei “sacchi”. Sulla tela uniformemente colorata di nero o di rosso incolla sacchi di iuta. Sono poveri, logori, pieni di cuciture. L’impatto che queste opere ebbero con  la società di allora fu provocatorio, anche se  ben presto divennero dei veri e propri classici. Basti ricordare che quando nel 1960 un “sacco” di Burri apparve alla Galleria d’Arte Moderna si ebbero interpellanze parlamentari e addirittura denunce all’Ufficio d’Igiene. Il proposito dell’artista umbro era quello di evidenziare la vita stessa dei materiali consumati dall’esistenza umana e cosmica. Proposito che si ripropone anche nella successiva serie delle “combustioni”, dove interviene l’energia primordiale del fuoco a corrodere i materiali prima che vengano impressi nella fissità dell’opera d’arte.

A dieci anni dalla morte di Burri, le Scuderie del Quirinale dedicano alla sua ricerca sulla materia e a quella condotta da altri artisti nella stessa direzione la mostra Burri. Gli artisti e la materia. 1945 – 2004, aperta fino al 16 febbraio. La mostra ripercorre attraverso ventuno opere dell’artista  le tappe salienti che hanno condotto alle forme d’arte attuali, e che hanno visto in Burri uno dei precursori. Il confronto con la materia ha costituito uno degli strumenti più efficaci di innovazione linguistica, ma ha anche spianato la strada alle ricerche successive. Tra gli altri artisti “informali” ospitatati dalla mostra figurano  Antoni Tàpies, Jean Fautrier, Jean Dubuffet, Lucio Fontana, Cy Twombly, Franz Kline, Conrad Marca–Relli, Ben Nicholson. Una sezione sarà dedicata al confronto con la ricerca tra new dada e pop art degli americani Robert Rauschenberg, Jasper Johns, Jim Dine.

Fino al 16 febbraio a Roma
alle SCUDERIE DEL QUIRINALE

Via XXIV Maggio 16 (00187)
Info: 06.39967500 / 06.696271 
info@scuderiequirinale.it
www.scuderiequirinale.it

orario: tutti i giorni 10-20; venerdì e sabato fino alle 22.30
biglietti:
9 euro intero, 7 ridotto

postato da: margallo alle ore novembre 27, 2005 16:09 | Link | commenti
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sabato, 19 novembre 2005


PeterGabriel 1977Conosciamo tutti Peter Gabriel come affermata star internazionale, autore di grandi hit come Sledgehammer o Shock the monkey, funambolico ed estroso performer (la Zorb Ball è rimasta impressa nella mente di milioni di italiani), artefice di grandi progetti musicali a scopo umanitario (il Womad) come patron dell'etichetta Real World. Lo conosciamo, in una parola, come artista poliedrico e innovativo. Avremmo potuto occuparci di uno dei suoi album più amati e venduti: So, Us, oppure il recente Up. Vorrei, invece, parlare del suo primo lavoro: meno gustoso dal punto di vista musicale ma sicuramente più significativo come "manifesto" artistico.

Gabriel inzia a lavorare al suo primo lp da solista appena lascia i Genesis. L'intenzione è quella di realizzare degli album che portino semplicemente il nome Peter Gabriel, come fossero numeri di una stessa rivista. Per esigenze discografiche il quarto (quello di Shock the monkey) sarà ribattezzato Security.

Durante le nevose sessions di Toronto, le quali partoriranno nel 1977 Peter Gabriel (I), l'ex Genesis esplora (con lui, tra gli altri, Bob Fripp e Tony Levin) territori cupi, cerebrali, incorporando nella sua musica avanguardia, sonorità elettroniche e (questa sarà una sua costante) elementi world.
Invece di cristallizzare il suo stile in forme musicali già collaudate, Gabriel si cimenta con generi che rendono le canzoni poco somiglianti l'una all'altra, con momenti in cui si sfiora quasi la schizofrenia (I freddi synth di Moribund, the Burgermeister, il cabaret di Excuse me, la London Symphony orc
hestra nell'intro di Down to the dolce vita). Ma andiamo alle tracce chiave dell'album: innanzitutto Solsbury Hill. Un'ondata di freschezza pop, grande linea melodica, e soprattutto un bellissimo testo "autobiografico": I was feeling part of the scenery, I walked right out of the machinery, che si riferisca alla sua dipartita dai Genesis?

C'è poi la struggente ballad Humdrum, ipnotica e sensuale, e la conclusiva, intensa Here comes the flood.
Una piccola digressione su questa canzone, riproposta all'inizio dei concerti nell'ultimo tour suonata piano e voce. Nasce da un sogno fatto da Peter: quando scrissi questa canzone avevo l'ossessione delle onde radio ed ero affascinato dal modo in cui avrebbero potuto diventare più potenti durante la notte…feci un sogno in cui le barriere che normalmente ci impediscono di leggerci nel pensiero venivano completamente abbattute producendo così un unico grande flusso mentale…


Per concludere, si tratta sicuramente di un disco imperfetto. Poco adatto a chi si avvicina a Peter Gabriel per le prime volte. Ma è utile ascoltarlo per due motivi: capire il punto di partenza stilistico e musicale di questo artista, e cogliere un'atmosfera, un humus che di li a pochi anni avrebbe alimentato altri grandi idee.

postato da: margallo alle ore novembre 19, 2005 02:22 | Link | commenti
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domenica, 13 novembre 2005



j_coeIn occasione del Salone del Libro del 2001 a Torino, ho avuto l'occasione di intervistare per Radio Città Futura lo scrittore inglese Jonathan Coe, una delle figure di riferimento della narrativa contemporanea europea

Capita spesso, con i suoi libri, che la realtà sconfini nella finzione letteraria. Tanto da depistare il lettore, come nel caso di Salvatore Ortese, il fantomatico regista siciliano neo-realista de “La casa del sonno” che in realtà non esiste e di cui molti lettori hanno controllato l’esistenza…

 
Lo scopo principale dell’autore è quello di giocare con le aspettative dei lettori, che sono come dei pesci all’esca che vengono stuzzicati nel modo più piacevole possibile, di modo che il lettore venga continuamente messo in stato di intrigo e di curiosità, che è esattamente il meccanismo grazie al quale il lettore  va avanti a leggere.

 
Ne “La famiglia Winshaw” traccia un quadro molto pesante del tatcherismo: in quale suo aspetto è stato così dannoso per il Regno Unito?

 
Dieci anni dopo la fine di quegli anni (che è cosa ben diversa dal dire dalla fine del tatcherismo, che è continuato anche dopo) quello che mi deprime di più è forse che gli orizzonti e la mentalità culturale e spirituale dell’Inghilterra che ne è venuta fuori siano molto ristretti. Non applicano un punto di vista alternativo, non vengono messi in valore l’arte e la cultura. Non penso tra l’altro che Margaret Tatcher fosse personalmente avida, anzi credo che da alcuni punti di vista fosse una statista capace ed ammirevole. Non si rendeva conto, però, delle forze che la sua politica scatenava.I personaggi dell famiglia Winshaw sembrano esattamente questo, coiè degli animali, avidi, selvatici a cui sono state aperte le porte e noi tutti ne paghiamo le conseguenze.

Cosa si aspettava invece dal governo di Tony Blair, e in cosa è stato disatteso?

Credo che tutti, sia a sinistra che in centro, si aspettassero sostanzialmente una virata. Allontanandosi dalla privatizzazione in generale, andando verso il pubblico, sia nei trasporti, che nella sanità e nell’istruzione.
E questo non è successo, anche se Blair dice di si, fornendo delle statistiche che lo provano. Ma è sufficiente usare i propri occhi, oppure prendere un treno da Londra a Birmingham, oppure andare in un ospedale per rendersi conto che in realtà di cambiamenti non ce ne sono stati.
C’è anche da dire, come sottolinea Tony Blair, che i tories sono stati al governo per ben 18 anni, mentre lui c’è solamente da quattro. Sicuramente ci vuole più tempo per invertire i trend che sono stati messi in atto dal governo precedente. Chiede agli elettori il beneficio del dubbio, promettendo che le cose miglioreranno senz’altro nei prossimi quattro anni, e il suo elettorato questa opportunità glila darà perché in fondo ritiene
che sia una persona sincera. Si, certo, alcuni suoi atteggiamenti possono essere irritanti, lui si atteggia un po’ a vicario del paese, ma fondamentalmente il suo elettorato crede in lui. Mi chiedo se tutte le cose che ho detto di Tony Blair vengano registrate e mandate ai servizi segreti in Inghilterra, se così fosse….CIAOO SERVIZI SEGRETI!!!!!!

 
I finali dei suoi libri sono molto diversi: i delitti ripetuti de”La famiglia Winshaw”, l’enigmatico ritorno di Robert ne “La casa del sonno”. Affronta ogni nuovo libro con un mood diverso?

 
Io non credo che il finale de “la casa del sonno” sia così chiuso, però tutti pensano di sì, quindi probabilmente mi sbaglio io. L’unica cosa che varei potuto fare è scrivere “Robert e Sarah vissero felici e contenti per sempre”, ma non penso fosse proprio necessario. se posso permettermi un pochino di vanità dell’autore , devo dire che sono molto fiero dei miei finali, e in particolar modo del finale de “la famiglia Winshaw” e de “La casa del sonno” . Questo mio esserne fiero viene però sempre deluso da tutti quelli che vengono da me e mi dicono che l’unica cosa che non amano dei miei libri è proprio il finale, e quindi probabilmente c’è qualcosa di sbagliato e le mie intenzioni non corrispondono al risultato presso i miei lettori.

 
probabilmente arrivati alla fine del romanzo si soffre molto…

 
Il tipo di finale che preferisco è un finale circolare, che è quello che succede ne La famiglia Winshaw dove la prima frase è anche l’ultima frase. Mi rendo conto che questo generi un sentimento terribile, nel senso che dopo tutto quello che il personaggio di Michael Owen attraversa durante il libro, il lettore si rende conto che i Winshaw sono ancora al potere e dopo tutto quello che è successo ci si ritrova come all’inizio.

Invece il nuovo romanzo, The Rotter’s club”, che è uscito in Inghilterra e sta per essere pubblicato in Italia da Feltrinelli, il cui seguito si intitola “The closed circle”, inizia con due personaggi, che ci sono solo all’inizio e che poi scompaiono, che parlano insieme nella von zentrum tower di Berlino. Anche qui la struttura è circolare, ma in chiave speranzosa. Il senso di questa narrativa è che si può rixominciare da capo senza però ripetere gli stessi errori e avendone tratto una lezione. La struttura è simile ma vista in chiave completamente diversa.

 
Cos’è che ama e che odia di più negli altri scrittori?

Mi piace il senso dell’umorismo, la generosità nei confronti dei personaggi, mi piace che gioco e divertimento convivano in maniera estrema al dolore. Queste sono le cose che mi piacciono. Non mi piace la presunzione, non mi piacciono gli scrittori convinti che le loro idee o il loro stile siano talmente alti che non necessitano di raccontare una storia, (questa è una cosa che mi manda veramente in bestia), non mi piacciono gli scrittori che continuano a scrivere lo stesso libro, credo che una volta sia sufficiente.

Jonathan Coe è nato a Birmingham nel 1961, si è laureato a Cambridge e Warwick, vive a Londra.Oltre ad essere uno scrittore di successo è anche un critico cinematografico. Ha scritto due biografie, una di James Stewart e l'altra di Humphrey Bogart; nel 1989 ha fatto parte della giuria del festival di Venezia. Ha scritto i seguenti romanzi: The Accidental Woman (1985), A Touch of Love (1987), pubblicato da Feltrinelli nel 2000 con il titolo di "L'amore non guasta", The Dwarwes of Death, pubblicato in Italia da Polillo con il titolo "Questa notte mi ha aperto gli occhi"."La Famiglia Winshaw" (1995) con cui ha vinto in Francia il premio come miglior libro straniero e "La casa del sonno" (1998), entrambi pubblicati in Italia da Feltrinelli. Ha pubblicato inoltre "La banda dei brocchi" (2001) e "Il circolo chiuso" (2005)



postato da: margallo alle ore novembre 13, 2005 01:50 | Link | commenti (1)
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sabato, 12 novembre 2005


Molti di voi l'avranno già visti in azione sugli schermi di MTV. Ormai si avviano a diventare un piccolo culto: sono le avventure di Pene e Vagina. Lungi dall'essere volgari, sembrano a tratti persino personaggi pedagogici. Al sottoscritto hanno fatto fare grasse risate. Rieccoli in versione flash, per chi volesse fare un ripassino...


Le avventure di Pene e Vagina
postato da: margallo alle ore novembre 12, 2005 20:37 | Link | commenti (2)
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sabato, 12 novembre 2005



omarfarukLa Turchia è una terra ricca di tradizioni musicali. Attraversandola si incontrano stili e sonorità diverse: dal fasil (danza di ispirazione zingara ballata con i campanelli) alla musica devozionale sufi, a quella curda.  Omar Faruk Tekbilek è tra i musicisti che, sintetizzando il ricchissimo patrimonio culturale turco, è riuscito felicemente ad affacciarsi sulla ribalta europea ed internazionale.  Vero e proprio bambino prodigio (suona nei locali da quando aveva 12 anni) è un virtuoso di molti strumenti  tradizionali della sua terra: il ney (flauto di bambù),
il zurna (strumento ad ancia doppia assimilabile alla nostra ciaramella),
il baglama (conosciuto anche come saz, strumento a corda a manico lungo), ma anche strumenti a percussione come il darbuka ed il bandir. Nel 1976 sbarca negli Stati Uniti, dove collaborerà con musicisti del calibro di Don Cherry e Ginger Baker, il batterista dei gloriosi Cream. Sono interessato a cercare le somiglianze nelle culture, non le differenze, dice Faruk la musica è un legame universale, il nostro linguaggio comune. Non rappresento alcuna nazionalità quando suono. Attraverso la musica e la danza possiamo raggiungerci l'un l'altro, faccia a faccia. Non abbiamo differenze(...)

Il sito ufficiale di Omar Farouk Tekbilek


postato da: margallo alle ore novembre 12, 2005 18:41 | Link | commenti
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