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33 anni, grafico editoriale. Romano d'adozione, si sposta con un'automobile che evoca gli anni di piombo ed è appassioanto di musica popolare brasiliana.

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lunedì, 05 dicembre 2005

GallianoRagionando spesso con diversi avventori a proposito di cosa può essere definito “jazz” finisco sempre per finire fuori tema e non raggiungere un concetto chiaro. A dire il vero non credo molto nel senso della domanda “cos’è jazz o cosa non lo è?” e pratico un prudente uso delle etichette.
In tal senso, una dura prova la richiede l’ultimo lavoro di Richard Galliano.
Il fisarmonicista francese, ormai star internazionale dello strumento, virtuoso incontenibile, esplora linguaggi e stili musicali mescolandoli ad arte, in una impenetrabile quanto fascinosa alchimia.Galliano è artefice, relativamente all’Europa, di ciò che fece il suo maestro Piazzolla per il tango.
La musette francese, e più in generale le musiche della tradizione europea, sono state il punto di partenza per una serie di registrazioni memorabili per la Dreyfus ,tra cui il live con il clarinettista Michel Portal.
Il suo ultimo lavoro, New York Trio, Ruby, My Dear  è il risultato di una registrazione nel 2004 presso la sala dei 400 ad Orvieto, anche se la copertina immortala Galliano sullo sfondo dei grattacieli newyorkesi.
La traccia d’apertura è un omaggio che il fisarmonicista rende a Thelonious Monk. L’interplay con i suoi due compagni di viaggio, il contrabbassista Larry Grenadier ed il batterista Clarence Penn, è intenso. I brani si susseguono morbidi, con alcuni crescendo  e sferzate di improvvisazione (come in Teulada). Oltre alla brillantezza nelle esecuzioni, emerge un fine lavoro di arrangiamento: dalla latineggiante Historia de un amor alla tradizionale Naia.

Richard Galliano / Ruby, My Dear
Dreyfus Jazz, 2005

postato da: margallo alle ore dicembre 05, 2005 02:15 | Link | commenti
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giovedì, 01 dicembre 2005
John Mayer

Nel corso di un afoso pomeriggio, guardando il bel dvd “Crossroads” (rassegna di stelle della chitarra blues e non curata e promossa dal guitar hero Eric Clapton) mi sono imbattuto in un grande “smaneggione” della quattrocorde. E non parlo di tecnica stellare o di quattrocento note a battuta. Ma di vero "manico"...

Ma chi è costui? Il pivellino si chiama John Mayer e orgogliosamente imbracciava nell’occasione una vecchia Strato adeguatamente vissuta. Mi colpirono il suo tocco e la fluidità del fraseggio.

Qualche mese dopo scopro che il nostro ha all'attivo un paio di album (Room for squares, 2001 ed Heavier things, 2003) e che da poco è nei negozi (si, ma quali?) un disco dal vivo con il suo trio (Try! John Mayer Trio Live in concert, insieme a lui suonano Steve Jordan alla batteria e Pino Palladino al basso). A sentirlo cantare ricorda molto Dave Matthews, i ritornelli fluidi, gli arrangiamenti nitidi ma mai banali: l’indie-pop che in Italia non fa notizia. E infatti John (classe 1977) nel nostro paese è a dir poco sconosciuto. Negli ultimi mesi si è fatto notare anche per la sua rubrica sul celebre magazine americano Esquire e per aver suonato come ospite in dischi di gente del calibro di John Scofield o di Herbie Hancock.

Malgrado il pop quasi patinato che popola i suoi due dischi in studio, tuttavia Mayer ha groove da vendere. E infatti il live gli restituisce smalto. Già dalla traccia d’apertura Who did you think I was? il riff bluesy scorre piacevole e ci accende d’entusiasmo. Per un attimo il ricordo va al buon vecchio Stevie (Ray Vaughan). Notevoli anche le due cover (Wait until tomorrow di Hendrix e I Got a woman di Ray Charles).
Tanto cuore, insomma. Ed una sensibilità espressiva non comune che va al di là del solito fenomeno chitarristico di turno. Teniamolo d’occhio.

postato da: margallo alle ore dicembre 01, 2005 00:10 | Link | commenti
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