Ragionando spesso con diversi avventori a proposito di cosa può essere definito “jazz” finisco sempre per finire fuori tema e non raggiungere un concetto chiaro. A dire il vero non credo molto nel senso della domanda “cos’è jazz o cosa non lo è?” e pratico un prudente uso delle etichette.
In tal senso, una dura prova la richiede l’ultimo lavoro di Richard Galliano.
Il fisarmonicista francese, ormai star internazionale dello strumento, virtuoso incontenibile, esplora linguaggi e stili musicali mescolandoli ad arte, in una impenetrabile quanto fascinosa alchimia.Galliano è artefice, relativamente all’Europa, di ciò che fece il suo maestro Piazzolla per il tango.
La musette francese, e più in generale le musiche della tradizione europea, sono state il punto di partenza per una serie di registrazioni memorabili per la Dreyfus ,tra cui il live con il clarinettista Michel Portal.
Il suo ultimo lavoro, New York Trio, Ruby, My Dear è il risultato di una registrazione nel 2004 presso la sala dei 400 ad Orvieto, anche se la copertina immortala Galliano sullo sfondo dei grattacieli newyorkesi.
La traccia d’apertura è un omaggio che il fisarmonicista rende a Thelonious Monk. L’interplay con i suoi due compagni di viaggio, il contrabbassista Larry Grenadier ed il batterista Clarence Penn, è intenso. I brani si susseguono morbidi, con alcuni crescendo e sferzate di improvvisazione (come in Teulada). Oltre alla brillantezza nelle esecuzioni, emerge un fine lavoro di arrangiamento: dalla latineggiante Historia de un amor alla tradizionale Naia.
Dreyfus Jazz, 2005

