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33 anni, grafico editoriale. Romano d'adozione, si sposta con un'automobile che evoca gli anni di piombo ed è appassioanto di musica popolare brasiliana.

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giovedì, 31 agosto 2006


planete sauvage


Complici le proiezioni che annualment
e accompagnano a Guardiagrele (Ch) il Matita Film Fest (rassegna sul cinema di animazione), mi sono imbattuto in Il pianeta selvaggio, lungometraggio del 1973 del regista francese Renè Laloux e dell’illustratore cecoslovacco Roland Topor tratto dal romanzo di Stefan Wul tradotto in Italia con il titolo di “Homo domesticus”.

Il pianeta Terra è andato ormai distrutto e la razza umana viene sottomessa dai draag, creature gigantesche e tecnologicamente progredite. Gli uomini sono in parte “addomesticati”, per il resto vivono in lande desolate e in stato “selvaggio”, soggetti alle frequenti azioni di deumanizzazione dei draag.
Terr, il protagonista della vicenda, è un piccolo uomo domestico, cresciuto alla stregua di giocattolo. Scoperto il segreto del sapere dei draag, ovvero del loro “indottrinamento” che avviene per trasmissione diretta ai centri nervosi, Terr fuggirà per unirsi ad una colonia di uomini selvatici, con cui guiderà la rivolta contro le sanguinose creature aliene.

Premiato dalla critica a Cannes, il film ebbe un discreto successo di botteghino in Francia, ma nel corso degli anni è diventato un vero cult, e non solo per gli appassionati del genere. Tristemente profetico riguardo il tema dello sfruttamento e dell’evoluzione del sapere tecnologico, il cartone deve la sua oniricità e la sua carica simbolica soprattutto al tratto di Roland Topor, il quale crea scenati a metà tra il surrealismo di Dalì e il metafisico immortalato da De Chirico. Ad impreziosire ulteriormente il film è la splendida colonna sonora di Alain Goraguer, sempre in equilibrio tra psichedelia, jazz e aperture funky dal sapore tipicamente ’70.

postato da: margallo alle ore agosto 31, 2006 19:50 | Link | commenti
categoria:cinema, festival, animazione
sabato, 19 agosto 2006

alfio anticoE' una sera di agosto afosa e senza vento, anche nel piccolo borgo di Pettorano sul Gizio (Aq), nel cuore della valle peligna, sul cui promontorio svetta l'imponente fortificazione medioevale.
E' proprio in questi luoghi che il percussionista siciliano Alfio Antico conclude con il suo concerto la rassegna “Etnica in piazza”.

Affiancato da validissimi compagni di viaggio (Alessandro Moretti alla fisarmonica e Amedeo Ronga al contrabbasso), Antico costruisce il suo concerto sotto forma di narrazione. La sua voce, di rara intensità espressiva, canta quelli che sono i suoi paesaggi. Nato a Lentini, terra di origine greca e di ricchissima tradizione culturale, Alfio è vissuto fino ai 18 anni tra le montagne siracusane facendo il pastore, ed è lì, in una vita non certo facile (ripete spesso nel suo italiano laconico “era un'altra civiltà...”) ma impregnata di favole, di miti e leggende contadine che porterà per sempre nella sua “anima ngigniusa”.
Il repertorio del suo trio abbraccia diversi suoi lavori, tra cui il riuscitissimo “Supra mari”, album in cui ha unito le sonorità degli strumenti medioevali (vielle, ciaramelle) alla sua espressività vocale.

Inevitabile parlare, poi, del suo linguaggio. Una mistura di italiano e siracusano, una lingua levigata da anni di dura vita pastorale e, poi, dal contatto con i più grandi artisti della musica e del teatro italiano (solo per citarne alcuni : Musicanova, Edoardo Bennato, Lucio Dalla, Fabrizio De Andrè, Nuova Compagnia di Canto Popolare).
Racconta Michele Avolio, amico di Alfio
e direttore artistico della rassegna: “Quando lo conobbi nel 1978, non parlava ancora in italiano. Ai tempi collaborava con la formazione di Eugenio Bennato ed iniziava ad esprimere la sua arte”.

Tra un pezzo e l'altro dà anche brevi estratti della sua particolare filosofia di vita. Contrario a qualsiasi etichetta o cartà d'identità della musica “Tutti parlano di tradizione ma nessuno mi ha mai insegnato la tradizione...” Parla a più riprese anche dell'amore per i propri tamburi (ne ha oltre 70 e se li è costruiti tutti da solo). Racconta di un setaccio per le olive dei suoi nonni, che si era rotto ed era rimasto attaccato al muro per anni. Decide di aggiungerci una pelle ed il gioco è fatto “Ora è una cosa viva...”
Scivoliamo piano verso la fine del concerto, sul palco improvvisano una pizzica, e qualche ragazza asseconda il ritmo lanciandosi in danze senza tempo.

Il sito ufficiale di Alfio Antico

postato da: margallo alle ore agosto 19, 2006 18:00 | Link | commenti (2)
categoria:musica, musica popolare
martedì, 08 agosto 2006
Nel 1956 il segretario del Pcus Nikita Krushev denuncia i crimini di Stalin, Nasser annuncia la nazionalizzazione del canale di Suez, e sulle frequenze delle radio italiane riecheggia Che bamboladi Fred Buscaglione. Nello stesso anno esce nelle sale italiane un film di Pietro Germi che, a distanza di 50 anni mantiene intatta tutta la sua poesia e la lucidità nell’analisi del contesto sociale, Il ferroviere.

Il protagonista è Andrea Marcocci (impersonato dallo stesso Germi ma ridoppiato da Gualtiero De Angelis), ferroviere. La sua è un’amara parabola: la stessa di un proletariato urbano in cui convivono miserie, rancori, silenzi, sofferenza. L’alter ego di Andrea è il figlio Sandrino, voce narrante. Al debutto in questo film, nel ruolo della figlia Giulia, l’attrice Sylva Koscina.
Un incidente ed il rischio della sospensione dal lavoro, il fallimento del matrimonio della figlia, le cattive amicizie del figlio Marcello, sono solo alcuni dei motivi per cui la famiglia si disgrega. Attorno alla figura del padre/padrone, si sviluppano le personalità della madre (che cerca di tenere unita la famiglia) e della figlia, che vive da ripudiata.
 

Le scene di questo film sono state interamente girate al Pigneto, quartiere di Roma costruito tra la fine dell’ottocento e gli anni ’30 già utilizzato da altri registi: da Rossellini (che vi gira “Roma città aperta”) a Pasolini (che gira “Accattone” a via Fanfulla da Lodi). Un motivo in più per rivedere quei luoghi attraverso quel bianco e nero epico, in una cinematografia ancora incerta dopo i neorealisti e che darà la sponda, più tardi, a registi come Elio Petri. 

 

Il ferroviere, di Pietro Germi
Italia, 1956, b/n, 114’

Con Pietro Germi, Luisa Della Noce, Edoardo Nevola, Sylva Koscina, Saro Urzì,
Renato Speziali,  Carlo Giuffrè, Amedeo Trilli

postato da: margallo alle ore agosto 08, 2006 04:08 | Link | commenti
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