Chi sono
Utente: margallo

33 anni, grafico editoriale. Romano d'adozione, si sposta con un'automobile che evoca gli anni di piombo ed è appassioanto di musica popolare brasiliana.

Commenti recenti
Facebook
UN Climate Change Conference
Gallery
Sardinia 2009
archivio
Categorie
Links
HotBooks

Jonathan Coe La casa del sonno Michel Houellebecq Estensione del dominio della lotta Tibor Fisher Sotto il culo della rana Javier Marias Domani nella battaglia pensa a me Ian McEwan L'amore fatale Jonathan Coe La famiglia Winshaw Jean Claude Izzo Casino Totale Albert Camus
Lo straniero Douglas Coupland Fidanzata in coma Elena Soprano Alice del pavimento Haruki Murakami La fine del mondo e il paese delle meraviglie Banana Yoshimoto Amrita Sandro Veronesi Venite venite B-52

Playlist

Miles Davis Kind of Blue The Beatles Abbey Road Genesis Nursery Crime The Police Sinchronicity Jethro Tull Stand Up Bill Evans Portrait in jazz Stevie Wonder Innervisions Tortoise TNT Joni Mitchell Hejira Bob Dylan Highway 61 Revisited Maria Pia De Vito Nauplia Sting Ten summoner's tales Fairport Convention Liege&Lief Steely Dan Pretzel logic King Crimson Discipline Peter Gabriel Peter Gabriel (I)Gilberto Gil Eletracustìco

bottoni
  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • Powered by Splinder
mercoledì, 20 settembre 2006

tortoiseNel corso della seconda metà degli anni ’90 il post-rock è stato probabilmente il  fenomeno musicale di punta, coinvolgendo sulla scena di Chicago artisti di diversa estrazione, come Jim O’Rourke, John McEntire, gruppi come gli Stereolab, i Gastr del Sol, i Sea and the Cake. La sperimentazione nei suoni (unire gli strumenti rock tradizionali all’elettronica), l’utilizzo di arrangiamenti jazzistici e di loop ipnotici sono alcune delle caratteristiche del genere.
Tanto per delimitare l’argomento diamo una città (Chicago), un’etichetta (la Thrill Jockey) e una formazione, i Tortoise.

Correva l’anno 1998 quando uscì il loro terzo album, TNT  che delimitava un’era: per la prima volta potevi ascoltare (nello stesso brano!) atmosfere alla Steve Reich, allusioni alle colonne sonore di Morricone, richiami zappiani, senza che il magico filo che reggeva il pezzo ne fosse compromesso.
Accusati di fare musica un tantino autistica, eccessivamente minimalista, a loro rimane comunque il merito di avere abbattuto varie frontiere di genere. E di aver sintetizzato, da bravi alchimisti, il tutto nella loro musica strumentale.
A 8 anni di distanza, dopo controverse e chiacchierate uscite ulteriori (It’all around) esce una vera chicca: un cofanetto di 3 cd ed un dvd: A Lazarus Taxon

Ancor prima di sapere cosa c’è dentro, basti guardare il packaging. Una tenue gradazione di grigi rappresenta, in copertina, un tunnel cittadino. Prime suggestioni di lande metropolitane, osservate attraverso il finestrino posteriore di un’auto in movimento. La fotografia è dello svizzero Arnold Odermatt, poliziotto in pensione.

Ma iniziamo ad esaminarne il contenuto e ad aprire bene le orecchie...
Inizia una languida linea di chitarra acustica sola che fa pensare a John Fahey, ma archi e marimba sono in agguato…il basso modula continuamente tra armonie e ritmica.
Il perno di tutto il materiale ruota attorno al loro album cult Rhythms, Revolution and Clusters (1995), arrivato troppo tardi per essere pubblicato e “salvato” da un DAT in circolazione. In più, bonus tracks degli album giapponesi, singoli (Why We Fight and Whitewater) e versioni remix di varie tracce di TNT, una di queste ad opera di Nobukazu Takemura.
Ascoltando e riascoltando si moltiplicano i labirinti sonori, i riferimenti e le atmosfere da notti metropolitane à la page.

E poi il DVD, con tutti i loro video, varie clip e brani di loro esibizioni dal vivo. Da non perdere.

Il sito ufficiale dei Tortoise

Tortoise – A Lazarus Taxon
(Thrill Jockey) Released
21/08/06

postato da: margallo alle ore settembre 20, 2006 03:32 | Link | commenti (1)
categoria:post-rock, tortoise
sabato, 16 settembre 2006

banksy1


Dopo averci abituato ai blitz  per apporre le sue opere al Met (il Metropolitan), al Moma (il Museo d'Arte Moderna) al Museo di scienze naturali e al Museo di Brooklyn, Banksy (così si fa chiamare l’ormai noto artista di Bristol) ha deciso di esporre le sue opere in un capannone abbandonato in quel di Los Angeles, metropoli storicamente legata al movimento degli street-writers e di quella che chiamerei un’avanguardia situazionista. Ovviamente, da abile comunicatore, Banksy non ha rivelato la località precisa del vernissage, creando così una curiosità morbosa nei suoi confronti.
Le sue opere sono finite anche in Europa, alla Tate Gallery quanto al Louvre. A New York, invece. è stato risparmiato il Guggenheim poiché come spiega lo stesso Banksy in un e-mail “Avrei dovuto apparire tra due Picasso - racconta - e non sono abbastanza bravo per reggere il confronto".

Per saperne di più potete dare un’occhiata al sito della curatissima rivista Exibart.

Banksy. Barely Legal
Los Angeles, California
15-16-17 settembre 2006
www.banksy.co.uk

postato da: margallo alle ore settembre 16, 2006 19:14 | Link | commenti (3)
categoria:arte
venerdì, 15 settembre 2006

fagenVagando tra gli scaffali della piccola ma stuzzicante sezione shop della Casa del Jazz, mi sono imbattuto nel live di Stefano Bollani per la serie JazzItaliano Live 2006 e con gradevolissima meraviglia ho notato nella tracklist Morph the cat di Donald Fagen.

Smontando e rimontando questo brano dal riff deciso (che puoi canticchiare ogni mattina sotto la doccia…) Bollani ha messo su un vero e proprio standard, dimostrando ancora una volta come il jazz possa mimetizzarsi in tanti altri generi musicali. Non si capirebbe, altrimenti, come i brani dei Beatles abbiano avuto una fortuna clamorosa nel riarrangiamento in chiave jazzistica (basti pensare al pianista Brad Mehldau).

La cover di Bollani dà inoltre lo spunto per riascoltare ancora una volta le belle armonie di  Morph the cat, album di rara raffinatezza che prosegue il percorso (ormai più che trentennale) di Fagen, fine paroliere e  arrangiatore scrupoloso.

Terzo album solista del songwriter americano, chiude un’immaginaria trilogia che lo riporta al modello del suo periodo iniziale con gli Steely Dan, sua creatura insieme a Walter Becker. La copertina, che lo raffigura seduto nella solita stanza cupa, rimanda direttamente alla sua pietra miliare The Nightfly, in cui siedeva davanti ad un microfono e ad un giradischi, come in una stazione radiofonica americana degli anni '50.

Oltre alla sensuale traccia d’apertura, che dà il titolo all’album, si prosegue con piccoli capolavori, tra cui la blueseggiante  What i do e la ammaliante The great pagoda of Funn, che con le sue trombe mute e lo stile smooth-jazz riporta alle atmosfere da crociera di  “Love Boat".
Pane per i denti anche dei meno scafati fan degli Steely Dan, di cui questo disco perpetua l’estetica e il mood. Da segnalare anche Mary shut the garden door, suggestione sulle paranoie istigate da Bush "Paranoia blooms when a thuggish cult gains control of the government…"

Come i suoi precedenti lavori, dischiude la propria bellezza dopo parecchi ascolti, ammorbidendo i suoi spigoli e rivelando la sua intensità.

postato da: margallo alle ore settembre 15, 2006 01:23 | Link | commenti (1)
categoria:musica, , steely dan, stefano bollani
giovedì, 07 settembre 2006

crossing_babazula_b300Quando arrivi in un luogo e vuoi comprenderlo, ascolta la musica che vi si suona, recita un vecchio adagio confuciano. E sembra proprio questo il motivo ispiratore del recente "Crossing the bridge" del regista turco-tedesco Fatih Akin, già autore de “La sposa turca”. Proprio durante le riprese di quel film, Akin ed il bassista Alexander Hacke (Einsturzende Neubauten) hanno colto il sound straordinario di Istanbul, città attraversata per millenni da culture diverse (ebraica, curda, ottomana, araba) e che nello scenario della musica moderna è un naturale crocevia di intenzioni.
Tra i protagonisti di questa straordinaria soundtrack (c’è davvero di tutto, dall’hip-hop, alla musica gitana, al dub oryantal) spicca sicuramente un gruppo ipercreativo e “mescolante”: i Baba Zula.
Formatisi nel 1996, propongono una miscel
a sapiente di suoni tradizionali (la darbouka, il saz, la zurna) con una lenta e fluente cadenza dub. Ascoltando il loro ultimo lavoro “Duble Oryantal” (c’è lo zampino di Hacke al basso e la produzione di Mad Professor) si può godere di vocalizzi ammalianti (Zerzevat Adam) e delle psichedeliche diffrazioni reggae di “Istanbul Cocuklari”, due tra le perle dell’album.

In perenne viaggio tra i festival europei, quest’anno hanno suonato ad Arezzo wave e al Folk Festival di Ariano Irpino.

postato da: margallo alle ore settembre 07, 2006 01:29 | Link | commenti (1)
categoria:musica, festival
venerdì, 01 settembre 2006

PretzelLogicLa grandezza degli Steely Dan sta , probabilmente, nell'applicare un rigore ed una cura infinite nel confezionare le proprie canzoni. E, nonostante questo, riuscire a produrre degli album di straordinaria godibilità. Elementi blues, armonie vocali sofisticate, suoni à la page ma usati in modo parsimonioso: ecco gli ingredienti che fanno di Pretzel Logic un album divertente. Senza dimenticare che Donald Fagen (voce) e Walter Becker (chitarra), sono qui in ottima forma: il trittico inziale Rikki don't lose that number/ Night by night / Any major dude will tell you è praticamente perfetto (di quest'ultima i Wilco hanno realizzato una splendida cover) .

Non mancano i momenti barocchi e pesantini (vedi East St.Luois Toodle), ma basta il piano Rhodes della traccia che dà il nome all'album per recuperare il sorriso.
Una volta Fagen disse che i dischi degli Steely Dan sono "errori a cui è stato costantemente posto rimedio": un pizzico di modestia per dire che la loro evoluzione artistica ha sempre convissuto con sobrietà ed equilibrio. Proprio per questo, il sound di Pretzel rimane attuale e "fresco", nonostante siano passati la bellezza di quasi 30 anni.

Da ascoltare anche : Gaucho, Aja, Two against the nature
postato da: margallo alle ore settembre 01, 2006 03:34 | Link | commenti (3)
categoria:musica, steely dan