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33 anni, grafico editoriale. Romano d'adozione, si sposta con un'automobile che evoca gli anni di piombo ed è appassioanto di musica popolare brasiliana.

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giovedì, 22 febbraio 2007

Tra i protagonisti dell’arte italiana degli anni ’50 e ’60, Piero Raspi rappresenta una delle esperienze pittoriche più significative e coerenti dell’Informale materico, affine alla poetica di Alberto Burri, Maestro indiscusso del ‘900.
Dal 24 febbraio alle 18 (ora dell’inaugurazione ufficiale) sarà possibile visitare a Marino (Rm), la mostra Piero Raspi. Collages 1958–1963, a cura di Cecilia Caffari, con il patrocinio del Comune di Marino.
La Mostra
offrirà ai visitatori alcuni tra i più notevoli esempi di collages realizzati negli anni compresi tra il 1958 e il 1963.
L’evento sarà di eccezionale interesse perché ricostruisce un percorso di ricerca sulla superficie e sull’immanenza fisica degli oggetti che all’epoca l’artista condusse come sperimentazione del tutto privata e che solo oggi rende ufficiale, dando modo di ammirare, tra le altre, anche opere mai esposte prima d’ora.

Sabato 24 febbraio, ore 18
Museo Civico “Umberto Mastroianni”, Piazza Matteotti 13, Marino (Rm)

 

 

postato da: margallo alle ore febbraio 22, 2007 22:15 | Link | commenti
categoria:arte
martedì, 20 febbraio 2007
dictionary2Cito dalla spassosa rubrica di Stefano Bartezzaghi "Lessico e nuvole" su Repubblica.it:

[...]Mi scrive Stefano Andreoli: "Qualche anno fa ricordo che, in un pub della riviera, notai sul menu un panino chiamato Specchio. La cameriera mi spiegò che era un gioco di parole con gli ingredienti del panino, speck e radicchio. Quando tornò le chiesi che nome avrebbero dovuto dare a un panino con stracchino e lonza. Sul momento non capì: pochi minuti dopo ripassò davanti al tavolo, ridendo".

Il buon Bartezzaghi, sulla scia di quelle che vengono definite di solito "parole sandwich" ipotizza l'imminente sdoganamento di altri singolari neologismi pseudo-alimentari: la spentina (speck e fontina), il prosciuga (prosciutto e lattuga), una banale cottarella (cotto e mozzarella) e una più inventiva  carrucola (carré e rucola) [...]

Discostandomi appena dal filone linguistico/gastronomico qui riportato, vale la pena citare invece un paio di equivoci semantici captati qui e là: un fantomatico servizio in cristallo di Boezio (che fatica reperirlo nei normali negozi di articoli da regalo) e la leggendaria scritta pubblicitaria che campeggiava davanti ad un ingrosso in quel di Chieti Scalo: giubbini per bambini di plastica!
postato da: margallo alle ore febbraio 20, 2007 11:01 | Link | commenti
categoria:parole
giovedì, 15 febbraio 2007

field musicIl primo, atavico istinto prima di parlare di un nuovo “fenomeno” musicale è senz’altro preparare un repertorio di paragoni ad altre formazioni più o meno storiche.
Cercando di dribblare tentazioni analogiche, parlo del disco “caldo” di oggi: il terzo album dei Field Music, arrivati nei negozi dal 23 gennaio con il titolo di Tones of town.
Preceduto dall’uscita del singolo A house is not a home, è arrivata l’ultima fatica dei fratelli Brewis (Peter, il batterista, è stato co-fondatore dei Futureheads) e del loro compare Andrew Moore. Un concentrato di pop di altissimo livello: arrangiamenti ricchi e brillanti nella migliore tradizione neo-psichedelica.
E, per cadere nel tranello infantile delle analogie, un magma melodico in cui si possono riconoscere le angolarità degli XTC, le digressioni strumentali dei Genesis, ritornelli fageniani, e senz’altro le estasi armoniche targate Beatles.
Analogie a parte, il trio del Sunderland si esprime con ritmiche e riff coinvolgenti (vedi la traccia d’apertura Give it Lose it Take it oppure Closer at hand). Oppure ti coccola fino alla nanna con ballate agrodolci come Kingston, due minuti di colori autunnali
Qualcuno a proposito di questo disco, nel più tradizionale mood britannico,  ha citato il famoso motto niente sesso siamo inglesi. Pur compiendo a tratti veri e propri esercizi di stile Brewis&Co. sfornano un album validissimo, e penso si siano divertiti parecchio!

 

postato da: margallo alle ore febbraio 15, 2007 02:12 | Link | commenti
categoria:
lunedì, 05 febbraio 2007

A 6 anni dal loro primo lavoro insieme, Spain, il pianista dominicano Michel Camilo ed il virtuoso della chitarra flamenco Tomatito tornano insieme per un sequel molto riuscito, anche se non propriamente originale nel titolo: Spain Again.
Di Camilo sappiamo che è un compositore di rango (suoi brani sono stati reinterpretati da Dizzy Gillespie e dai Manhattan Transfer), e che fonde nella sua “tavolozza” sonora riferimenti classici, spunti jazzistici ed un’inevitabile verve caraibica.
D’altro canto, il suo compagno di viaggio Tomatito, nato artisticamente sotto l’ala protettrice di Paco De Lucia, è venuto alla ribalta come chitarrista del grande Camaròn, poi come affermato solista e compositore di new flamenco.

tomatito_camiloLa loro unione artistica trascende la potenza virtuosistica e li fa confrontare in un gioco entusiasmante di rimandi iper-melodici. Non a caso, il repertorio su cui si mettono in ballo in questo ultimo lavoro varia da ballad jazzistiche come Stella by stairlight, alle punte più alte della produzione di Astor Piazzolla (Libertango, Adios nonino) o di brani indimenticabili come El dia que me quieras di Carlos Gardel. Uno dei momenti topici dell’album è probabilmente l’interpretazione magistrale di un classico di Chick Corea, La fiesta.
La loro collaborazione ha già dato buoni frutti, come il Grammy Award ottenuto per la migliore registrazione latin-jazz dell’anno in occasione del concerto alla Carnegie Hall durante il JVC Jazz Festival e ha raccolto già ampi consensi di critica, come quello della prestigiosa rivista inglese di musica world Songlines.
Per la gioia di appassionati e non, il duo si esibirà in una tappa italiana del loro tour mondiale presso l'Auditorium di Roma il prossimo 10 febbraio.

postato da: margallo alle ore febbraio 05, 2007 23:16 | Link | commenti
categoria:world, jazz, michel camilo, tomatito