martedì, 31 luglio 2007
Per arrivare a Lucca da Roma, si transita necessariamente per la Firenze-mare, strada genericamente trafficata a causa delle copiose migrazioni dal capoluogo toscano verso i lidi di Camaiore, Viareggio e Forte dei Marmi. Si arriva senza nemmeno rendersene conto, incuneata com’è tra le morbide colline, e saldamente protetta da una fortificazione perfettamente conservata.
Piazza Napoleone, dove stasera suoneranno gli Steely Dan, è ancora semi-vuota.
Sappiamo che Donald Fagen e Walter Becker, fondatori e anime del gruppo americano, costringono i loro fan ad attese “geologiche”, prima che un loro album o una loro tournèè siano annunciate.
Come se avessero negli anni levigato più volte le loro composizioni prima di consegnarle alla storia. L’attesa è fortissima, quindi, per questo concerto che dedicano a Lucca (è l’unico in Italia) all’interno di un tour che, dopo gli Stati Uniti, toccal’Europa, poi il Giappone, la Nuova Zelanda e l’Australia.
La voce inconfondibile di Donald Fagen, gli arrangiamenti dei fiati, le atmosfere da Grande Mela ’70 si stagliano immediatamente nei cieli di Lucca all'apertura, e sulle sediole è tutto un portare il ritmo con le capocce e picchiettare con le mani sulle ginocchia.
C’è un signorile distacco nei confronti di questa musica. Non vi verrebbe mai in mente di alzarvi, danzare oppure pogare. E’ pura goduria musicale. Piacere per le orecchie e per il cuore.
Come quando, ad esempio, Fagen dice al pubblico: "Hiya kids, we're going to play songs from the recent past, and going back to the deep 70s...”. E da lì parte “Bad sneakers”.
Fagen si contorce sul Rhodes, sempre più simile al vecchio Ray Charles, con quegli occhiali scuri che lo proteggono dal fascio di luci accecanti, e forse dalle frenesie contemporanee, e ogni tanto dà qualche segno di affanno.
Ma per fortuna gli danno man forte le bravissime coriste, che reinterpretano una rielaborata versione di “Dirty work”, una canzone estratta dal loro primo lavoro “Can’t buy a thrill” del 1972.
Siamo verso la conclusione di questa magnifica serata di musica, e riuscendo per il bis, gli Steely Dan decidono di chiudere con la trascinante “My old school”, I did not think the girl could be so cruel and I'm never going back to my old school...”.
sabato, 21 luglio 2007

Pur essendo una delle regioni con una solida e antichissima tradizione musicale "popolare", l'Abruzzo (e chi lo amministra) ha per lungo tempo sottovalutato e banalizzato questo patrimonio. Lo ha marginalizzato, dandogli quella patina di folklore che ci rende orgogliosi di una certa particolarità culturale, ma che di certo non permette ai più giovani di comprenderne l'importanza.
Da qualche anno, per fortuna, alcuni illuminati operatori culturali hanno visto nell'organizzazione di eventi dedicati a questo pezzo di cultura regionale un mezzo per promuovere anche il territorio.
Nel solco di questa tendenza, si inserisce il Majella Etno Festival, alla sua quarta edizione, che si ripropone a S.Valentino in Abruzzo Citeriore il 27 ed il 28 luglio.
Un appuntamento nello splendido scenario della Majella Occidentale, che unisce comprensione della tradizione, ascolto, didattica e spirito ludico.
Da quest'anno, inoltre, viene proposto un rimando a culture musicali di altre regioni. Un confronto che si basa su legami con culture e musiche diverse, ma legate da scambi secolari. Di seguito sono riportati il programma e tutte le informazioni.
INFO & CONTATTI
Per il Festival e gli altri Corsi di Musica intensivi (canto, tamburello e
organetto) e per informazioni generali su Majella Etnofestival:
Silvio Pascetta tel 328-9180079 (possibilmente dalle 18 alle 20),
info@majellaetnofestival.it
Per Estadanza (corsi di ballo popolare e strumenti musicali in Salento 10-15
agosto; a Montemarano - AV - 17-23 agosto)
sito web www.taranta.it, scrivere a taranta@taranta.it, oppure tel.
347-5000000
postato da: margallo alle ore luglio 21, 2007 18:27 |
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mercoledì, 04 luglio 2007
Soffia una leggera brezza sull’Ippodromo di Capannelle quando, davanti ad una piccola ma impaziente folla, Peter Gabriel e i suoi fidati musicisti attaccano le prime note di “Rhythm of the heat”. Ancora una volta a Roma, di fronte all’amato pubblico italiano, l’ex Genesis propone questa volta un repertorio speciale. In mancanza di un album nuovo, ha preferito fare un sondaggio chiamando a raccolta sul suo sito le mail di migliaia di fan, chiedendo loro quali canzoni volessero ascoltare. E ne è uscita una selezione particolare, che avrà stupito chi era venuto qui con l’intenzione di ascoltare solo i suoi cavalli di battaglia.
L’inizio del concerto è alquanto rivelatore. Infatti i primi tre brani (The rhythm of the heat, On the air, Intruder) sono estrapolati dal secondo e terzo album, (rispettivamente del ’78 e dell’80), dischi in cui Gabriel sperimentò un’originale estetica pop, non perdendo di vista la sua vocazione a sperimentare, sia nei testi (pervasi da un’aura paranoica e post-moderna), che nei suoni, su cui all’epoca misero le mani signori come il cerimoniere dei King Crimson Bob Fripp e Steve Lillywhite.
D’altronde, Peter non può non omaggiare il pubblico con alcuni tra i suoi più acclamati successi: si susseguono così i balletti e gli ancheggiamenti di Sledgehammer, i battiti di mani su Solsbury hill, le atmosfere rarefatte e poi trascinanti di Secret world.
I brani si susseguono con ritmo incalzante, interrotti solo da qualche breve intervento parlato di Gabriel, che li ha diligentemente trascritti in italiano su un foglietto.
La band che lo accompagna è praticamente la stessa che vidi a Bologna per il tour di Growing up tour nel 2004. Quindi, l’inossidabile David Rhodes alla chitarra, la figlia Melanie ai cori, il muscolare Ged Linch alla batteria, il versatilissimo Richard Evans (suona lui le marimba sulla stupenda re-interpretazione di No self control) e il sempreverde “zio” Tony Levin ai bassi di qualsiasi genere essi siano (stick, contrabbassi elettrici, fretless).
Da segnalare per la sua presenza e per la sua bravura la tastierista/corista Angie Pollock, che tesse suggestivi tappeti sonori nei nuovi arrangiamenti del Warm up tour.
Richiamato sul palco per l’ennesimo bis, Gabriel intona l’ipnotico ritornello di Biko, la canzone dedicata al leader sudafricano anti-apartheid assassinato nel 1977. E così saluta il pubblico romano, con un messaggio di speranza lanciato contro tutte le forme di violenza e di discriminazione.