
La cinematografia legata al tema radiofonico ha sfornato, nell’ultimo quarto di secolo, alcuni piccoli/grandi capolavori: si pensi a “Talk radio” di Oliver Stone, piuttosto che “Lavorare con lentezza”, una spassosa (quanto amara) ricostruzione degli anni d’oro di Radio Alice a Bologna.
Più raro è invece imbattersi in uno spettacolo teatrale che prenda la radio come pretesto per raccontare un’esistenza. E per risalire, con un fil rouge musical-esistenziale, al senso di una vita.
Lo fa con leggerezza, ma in modo originale e toccante, Tullio Solenghi, in questi giorni al Piccolo Eliseo di Roma con uno spettacolo davvero delizioso: “L’ultima radio”, un testo di Sabina Negri per la regia di Marcello Cotugno. Un monologo di un’ora e mezza che racconta nascita, ascesa e crisi di un uomo legato a doppio filo al mezzo radiofonico. La scoperta della Londra di fine ’70 (e della sua straordinaria scena musicale), il dramma della tossicodipendenza, tutto questo passa attraverso un sapiente alternarsi di spezzoni di vita vissuta e trasmissione (Solenghi recita ampi sprazzi in una saletta di plexiglass trasparente al cui interno sono posizionati un microfono, un giradischi e una moka con tanto di fornellino per le lunghe dirette notturne).
Dietro un’esistenza “media”, "non in un numero uno, piuttosto un numero 3833...", può celarsi un qualcosa di straordinario, e dai microfoni di un’anonima emittente di provincia (pur senza chiamarsi Peppino Impastato), con un vinile che “frigge” sul piatto si possono “toccare” parecchi cuori.
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