
E' gia notte inoltrata quando arrivo a Barcellona Nord, dove mi aspetta il mio amico Carlos, per introdurmi nei carrer di questa splendida città, adagiata sulle sponde del Mediterraneo e luogo in cui si è creato negli ultimi anni un vero e proprio melting pot culturale: oltre ai catalani, andalusi, italiani, caraibici, andini, argentini. E' notte inoltrata e la rambla è un torrente di visi. il quartiere di Carlos è quello di Poble Sec, originariamente un villaggio dove non c'erano canali che è luogo principalmente di immigrazione latinoamericana. Da lì ci spostiamo subito verso il Raval, quartiere che fino a pochi anni fa era inaccessibile per la dilagante microcriminalità, e che è stato recuperato in parte dal comune per dare vita ad un vitale barrio dove pullulano librerie, facoltà universitarie, cortili dove sorgono deliziosi cafè, e una serie di negozietti che vendono ogni tipo di possibile chincaglieria. Entriamo dalla parte meno raccomandabile, e agli angoli visi scuri e poco socievoli ci guardano non proprio con simpatia. Per fortuna la prestanza fisica del mio amico scoraggia cattive intenzioni. Svoltato l'angolo...voilà! Il MACBA, Museo di Arte Contemporanea di Barcellona, che sorge in uno splendido edifico progettato dal chiaccherato Richard Meyer. Tanto bianco e vetro, nel suo stile insomma, ma il contrasto che crea con la cappella gotica che gli sta di fronte mi lascia affascinato, e decidiamo di sederci un po' sugli scalini della piazzetta per guardare i tanti skaters che scarrellano da un lato all'altro nelle loro acrobazie su quattro ruote.
Il primo impatto, è già quello di “un innamoramento urbano”, che si compie definitivamente nel Barrìo Gotico, dove per la cronaca io e Carlos ci becchiamo una simpatica secchiata d'acqua saponata in cambio del disturbo arrecato dalle nostre voci nel cuore della notte. Per fortuna fa caldo e ci asciughiamo pian piano, proseguendo la nostra passeggiata. E' arrivato il momento di bagnare le nostre ugole, e ci dirigiamo verso L'Ovella Negra, una storica taverna barcellonese, dove sempre il mio fido Cicerone mi dice con convinzione che si serve la migliore sangria della città. Una sangria de medio, quindi, servita in un bicchiere da pinta con l'immancabile ghiaccio e fettina di limone. Un vero nettare, gustato su tavolacci di legno e panche molto “vissute”. Qui non c'è musica, si viene qui per parlare, socializzare, fare una partitina a biliardino e sbevazzare fino a tarda notte.

Inevitabilmente, si viene a Barcellona anche per frequentare i lasciti di due personaggi di enorme peso sull'arte e sull'architettura moderna: Joan Mirò e Antonio Gaudì.
Le creazioni astratte del primo, godibili nel meraviglioso Museo della Fondazione Mirò (sulla collina del Montjuic), fanno da contraltare alle innovazioni architettoniche del secondo, a partire dalla Pedrera, alla Casa Batllò, allo spazio magico del Parc Guell. Fin qui roba da Rough Guide, nulla di nuovo per chi ha visitato questa città almeno una volta.
Da segnalare, comunque, Ethnomusic, un negozietto minuscolo a due passi dalla Rambla (c/de Bonsucces) che vende qualsiasi album di ethnic music, dall'Angola all'Australia. Un ricovero obbligato per gli appassionati della world music. Poi, le bellissime librerie de “La Central”, di cui la sede del Raval si estende per 850 metri quadri in cui trovare tantissimi libri di design, arte, moda, architettura, etc.
Dulcis in fundo, il ristorante “El Gran Cafè”, dove abbiamo gustato i moscardini fritti più che buoni che avessi mai assaggiato.
La mia gallery di Barcellona

