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33 anni, grafico editoriale. Romano d'adozione, si sposta con un'automobile che evoca gli anni di piombo ed è appassioanto di musica popolare brasiliana.

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giovedì, 23 novembre 2006
amici miei_delprete_tognazzi_celi
A 76 anni suonati, con alle spalle una carriera di 130 film, se ne va uno degli ultimi grandi del cinema, Philippe Noiret. Definito spesso dalla stampa il più "italiano" degli attori francesi, si distingueva per il suo aplombe quasi distaccato, serafico ma al tempo stesso "dentro" i personaggi che incarnava.
E' lo zio di Zazie nella traduzione cinematografica di "Zazie nel metro" di Louis Malle (1959).
Nel 1961 recita in "Tutto l'oro del mondo" di R. Clair, nel 1965 è in "Parigi brucia" di Renè Clement. Ma un pezzetto di  cuore degli spettatori italiani è legato ad alcune pellicole rimaste storiche: "La grande abbuffata" di Marco Ferreri (1973), e la fortunata serie di "Amici miei" di Monicelli.
Un altro ruolo per cui sarà probabilmente ricordato ai posteri è quello di Pablo Neruda ne "Il postino" di Michael Radford, insieme (ovviamente) a quello del vecchio operatore Alfredo in "Nuovo cinema paradiso".
"E' stato un attore di grande qualità - dice Monicelli - che veniva dalla vecchia scuola e dal teatro".
Non si può certo dargli torto. Au revoir, Philippe!
postato da: margallo alle ore novembre 23, 2006 22:57 | Link | commenti
categoria:cinema
lunedì, 02 ottobre 2006

OPV1             Foto di Alessandro Cosmelli

Voglio approfittare dell’uscita del recente docu-film “L’Orchestra di piazza Vittorio” per parlare su Black Market di questa singolare e (forse) unica formazione musicale  che, negli anni, ha saputo catalizzare l’interesse attorno a sé. Interesse più che giustificato per almeno tre motivi:

Innanzitutto il progetto. L’idea coraggiosa di “affrontare” frontalmente un tessuto socio-culturale complesso come quello di piazza Vittorio a Roma, luogo dove gli italiani sono una “minoranza etnica”, e dove vivono più di sessanta etnie diverse. Il progetto, nato dal tastierista degli Avion Travel insieme all’associazione Apollo 11, era quello di formare un’orchestra che comprendesse musicisti di tutto il mondo che vivessero a Roma. In più, era quello di recuperare uno spazio, quello dell’ex cinema a luci rosse Apollo, destinato inizialmente ad una sala Bingo, recuperato poi dal comune di Roma come spazio “sociale" e diventato infine sala d’incisione dell’Orchestra.

La realizzazione pratica del progetto, non avara di difficoltà. Non è facile trovare musicisti professionisti e modellarli su un’idea “aperta” di musica. L’incontro delle culture, specie nella musica, riflette punti di vista diversi, apportatrici di ricchezza, ma anche di contrasti e di incomprensioni. Ancora di più se tra i musicisti c’è chi campa lavando i vetri ai semafori, o chi vive in un garage. Chi è diplomato al conservatorio oppure chi non sa leggere uno spartito.

L’estetica musicale che il progetto propone. Al di fuori di ogni retorica per cui basta mettere trenta musicisti di diverse nazionalità per ottenere qualcosa di interessante. Mario Tronco& co. ci sono riusciti, ma con un lavoro certosino durato due anni.

 Il loro primo disco (omonimo) raccoglie tante melodie emozionanti miscelate in modo sapiente  attraverso il gusto di una claque di musicisti nostrani (Mario Tronco e Peppe d’Argenzio degli Avion travel, il versatile Pino Pecorelli al contrabbasso). Già all’epoca (2003) emergevano le forti personalità del cantante ecuadoregno Carlos Paz, del vocalist tunisino Houcine Ataa, del percussionista/batterista argentino Raul “Cuervo” Scebba.
La prima volta che li vidi dal vivo la sensazione era quella di una quantità enorme di energia musicale sprigionata, che veniva gestita con grande cura ed eleganza.
Da questo punto di vista, ammirevole è  il lavoro di direzione dello stesso Tronco e di arrangiamento di Leandro Piccioni.
Poi nel 2006, dopo varie tournèe in Europa e la definitiva consacrazione in Italia, arriva il secondo disco
Sona
, nato in progress e poi registrato all’Apollo 11.
E già nel titolo, che nella lingua de Rhajastan significa “bello” e che in romanesco sta per “suona”, “funziona”, c’è il segreto della loro particolare alchimia.
La formazione è parzialmente rimaneggiata, ma il suono rimane “fresco”, le idee musicali convincenti.
E per chi vuole conoscere l’avventurosa storia della genesi e della trasformazione di questo ensemble, è uscito lo scorso 22 settembre un documentario che ne ripercorre le tappe fondamentali.
Raccoglie pubblico e privato dei loro componenti, tra permessi di soggiorno negati e momenti di euforia. E’ una storia genuina, che sfata sia gli sciocchi buonismi di chi abusa del concetto di “multiculturalità” sia le frettolose teorie dello “scontro di civiltà”, evocate ormai a sproposito.
Da vedere e ascoltare.


Il film è in programmazione a Roma nei  cinema Greenwich (Testaccio) e Quattro Fontane (centro storico)

postato da: margallo alle ore ottobre 02, 2006 22:48 | Link | commenti (1)
categoria:musica, cinema
giovedì, 31 agosto 2006


planete sauvage


Complici le proiezioni che annualment
e accompagnano a Guardiagrele (Ch) il Matita Film Fest (rassegna sul cinema di animazione), mi sono imbattuto in Il pianeta selvaggio, lungometraggio del 1973 del regista francese Renè Laloux e dell’illustratore cecoslovacco Roland Topor tratto dal romanzo di Stefan Wul tradotto in Italia con il titolo di “Homo domesticus”.

Il pianeta Terra è andato ormai distrutto e la razza umana viene sottomessa dai draag, creature gigantesche e tecnologicamente progredite. Gli uomini sono in parte “addomesticati”, per il resto vivono in lande desolate e in stato “selvaggio”, soggetti alle frequenti azioni di deumanizzazione dei draag.
Terr, il protagonista della vicenda, è un piccolo uomo domestico, cresciuto alla stregua di giocattolo. Scoperto il segreto del sapere dei draag, ovvero del loro “indottrinamento” che avviene per trasmissione diretta ai centri nervosi, Terr fuggirà per unirsi ad una colonia di uomini selvatici, con cui guiderà la rivolta contro le sanguinose creature aliene.

Premiato dalla critica a Cannes, il film ebbe un discreto successo di botteghino in Francia, ma nel corso degli anni è diventato un vero cult, e non solo per gli appassionati del genere. Tristemente profetico riguardo il tema dello sfruttamento e dell’evoluzione del sapere tecnologico, il cartone deve la sua oniricità e la sua carica simbolica soprattutto al tratto di Roland Topor, il quale crea scenati a metà tra il surrealismo di Dalì e il metafisico immortalato da De Chirico. Ad impreziosire ulteriormente il film è la splendida colonna sonora di Alain Goraguer, sempre in equilibrio tra psichedelia, jazz e aperture funky dal sapore tipicamente ’70.

postato da: margallo alle ore agosto 31, 2006 19:50 | Link | commenti
categoria:cinema, festival, animazione