Foto di Alessandro Cosmelli
Voglio approfittare dell’uscita del recente docu-film “L’Orchestra di piazza Vittorio” per parlare su Black Market di questa singolare e (forse) unica formazione musicale che, negli anni, ha saputo catalizzare l’interesse attorno a sé. Interesse più che giustificato per almeno tre motivi:
Innanzitutto il progetto. L’idea coraggiosa di “affrontare” frontalmente un tessuto socio-culturale complesso come quello di piazza Vittorio a Roma, luogo dove gli italiani sono una “minoranza etnica”, e dove vivono più di sessanta etnie diverse. Il progetto, nato dal tastierista degli Avion Travel insieme all’associazione Apollo 11, era quello di formare un’orchestra che comprendesse musicisti di tutto il mondo che vivessero a Roma. In più, era quello di recuperare uno spazio, quello dell’ex cinema a luci rosse Apollo, destinato inizialmente ad una sala Bingo, recuperato poi dal comune di Roma come spazio “sociale" e diventato infine sala d’incisione dell’Orchestra.
La realizzazione pratica del progetto, non avara di difficoltà. Non è facile trovare musicisti professionisti e modellarli su un’idea “aperta” di musica. L’incontro delle culture, specie nella musica, riflette punti di vista diversi, apportatrici di ricchezza, ma anche di contrasti e di incomprensioni. Ancora di più se tra i musicisti c’è chi campa lavando i vetri ai semafori, o chi vive in un garage. Chi è diplomato al conservatorio oppure chi non sa leggere uno spartito.
L’estetica musicale che il progetto propone. Al di fuori di ogni retorica per cui basta mettere trenta musicisti di diverse nazionalità per ottenere qualcosa di interessante. Mario Tronco& co. ci sono riusciti, ma con un lavoro certosino durato due anni.
Il loro primo disco (omonimo) raccoglie tante melodie emozionanti miscelate in modo sapiente attraverso il gusto di una claque di musicisti nostrani (Mario Tronco e Peppe d’Argenzio degli Avion travel, il versatile Pino Pecorelli al contrabbasso). Già all’epoca (2003) emergevano le forti personalità del cantante ecuadoregno Carlos Paz, del vocalist tunisino Houcine Ataa, del percussionista/batterista argentino Raul “Cuervo” Scebba.
La prima volta che li vidi dal vivo la sensazione era quella di una quantità enorme di energia musicale sprigionata, che veniva gestita con grande cura ed eleganza.
Da questo punto di vista, ammirevole è il lavoro di direzione dello stesso Tronco e di arrangiamento di Leandro Piccioni.
Poi nel 2006, dopo varie tournèe in Europa e la definitiva consacrazione in Italia, arriva il secondo disco “Sona”, nato in progress e poi registrato all’Apollo 11.
E già nel titolo, che nella lingua de Rhajastan significa “bello” e che in romanesco sta per “suona”, “funziona”, c’è il segreto della loro particolare alchimia.
La formazione è parzialmente rimaneggiata, ma il suono rimane “fresco”, le idee musicali convincenti.
E per chi vuole conoscere l’avventurosa storia della genesi e della trasformazione di questo ensemble, è uscito lo scorso 22 settembre un documentario che ne ripercorre le tappe fondamentali.
Raccoglie pubblico e privato dei loro componenti, tra permessi di soggiorno negati e momenti di euforia. E’ una storia genuina, che sfata sia gli sciocchi buonismi di chi abusa del concetto di “multiculturalità” sia le frettolose teorie dello “scontro di civiltà”, evocate ormai a sproposito.
Da vedere e ascoltare.
Il film è in programmazione a Roma nei cinema Greenwich (Testaccio) e Quattro Fontane (centro storico)