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33 anni, grafico editoriale. Romano d'adozione, si sposta con un'automobile che evoca gli anni di piombo ed è appassioanto di musica popolare brasiliana.

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giovedì, 19 ottobre 2006


flamencoParlare di flamenco è affascinante per diverse ragioni. Cercando di uscire dalle visioni stereotipate di ventagli e nacchere, si può provare a comprendere quello che non è semplicemente un genere musicale, ma un vero e proprio modo di vita.
La parola flamenco sembra provenire dalla parola araba “fellahmengu”, ovvero contadino senza terra. Nato e cresciuto in Andalusia, si è sviluppato sulle tradizioni dei Mori e degli Ebrei, ed è sempre stato influenzato dalla cultura dei gitani, arrivati in Spagna già nel secolo XV.
Inizialmente era costituto dal canto solo (palo seco), si sono aggiunti poi la musica (toque) e la danza (baile).
Diciamo inoltre che la sua “nascita” risale alla metà dell’800, e che gia da allora non esistevano né cantanti né ballerini professionisti. Era una forma d’arte familiare, che si riservava agli amici e ai parenti in contesti domestici.
Arrivando quasi ai giorni nostri (siamo negli anni ’70) sono due gli artisti che sono riusciti ad elevare il valore di questa musica straordinaria: il cantante José Monge Cruz (El Camarón de la Isla) e il chitarrista Francisco Sánchez Gómez (Paco de Lucía).
Glissando sulla figura titanica di Paco de Lucia, che affronteremo in altro luogo, vale la pena ricordare il genio di Camaròn, la cui voce è riconosciuta universalmente come  la più grande nella storia del flamenco.  Oltre al classico “Con la colaboracion especial de Paco De Lucia”, realizzato con il grande virtuoso della chitarra, nel 1979 realizza un piccolo capolavoro. “La Leyenda del Tiempo”.
Per la prima volta vengono introdotti strumenti “convenzionali” come il basso elettrico, la batteria, il sitar, il flauto, in un LP di flamenco. Tutto ciò senza che la natura della “tradizione” venga toccata. Come dire, lo spirito è intatto e la voce di Camaròn  è sempre intensa ed emozionante.
Ascoltando le prime battute della open-track “La leyenda del tiempo” pare di ascoltare la PFM, batteria incalzante, basso pulsante e vena prog. Una vera sorpresa. Ma più in là, i battiti delle mani e i rasgueado
delle chitarre ci riportano a casa, con i meravigliosi testi del poeta Federico Garcìa Lorca, che costituiscono la metà delle canzoni.
El Camaròn (come era soprannominato per la sua chioma bionda) ci lascia nel 1992, a soli 41 anni, per un cancro ai polmoni. Il suo amico Paco de Lucia lo ricorda così: “mentre gli altri cantano canzoni con contenuti sociali, la voce di Camaròn esprime in sè stessa la disperazione di una persona”

E proprio ascoltando la prima volta la straordinaria voce di Camaròn, viene da pensare a tutto il flamenco nuevo, l’enorme calderone di gruppi musicali nella Spagna di oggi che lavorano sulla sintassi del flamenco e la riadattano, ridefiniscono secondo le loro esigenze. Tra questi, uno dei più significativi è sicuramente quello degli Ojos de Brujo, formazione di Barcellona che esce proprio in questi giorni con il loro nuovo disco: Techarì. Certo, l’etichetta di "nuovo flamenco" risulta riduttiva per loro. Ad esempio, in Todo Tiende, una delle tracce più belle di questo lavoro, troverete percussioni indiane, vocalizzi rap della loro cantante Marina Abad, ondate di rumba del valente chitarrista Ramon Giménez, in una jam davvero spaziale. Al loro terzo album, il gruppo spagnolo non sembra patire di crisi di ispirazione. La tracklist scorre fluida e ogni brano ha un suo centro ben focalizzato.

Ricordiamo brevemente i loro primi due dischi: Vengue (1999) e Barì (2002)

postato da: margallo alle ore ottobre 19, 2006 00:39 | Link | commenti (3)
categoria:musica, spagna, flamenco