Per apprezzare il valore profondo dell’otium non bisogna necessariamente risalire a Seneca, basta esser costretti a rimanere a casa per un paio di giorni causa una fastidiosa laringite. Non è propriamente una vacanza, certo, ma almeno si possono fare un sacco di cosette rimaste in agenda.Tra le più interessanti, quelle legate al mio archivio cinematografico, che inizia ad avere dimensioni interessanti, se non fosse per il paradosso tutto contemporaneo di avere accesso a miliardi di informazioni, senza avere però il tempo di fruirne.
A proposito ho da segnalare la visione di un film assolutamente straordinario: Qualcuno volò sul nido del cuculo di Milos Forman. Questo (come altri film) fa parte di una lista di lacune “storiche” che molti amici non mancano di rimproverarmi. “Ma come, non l’hai visto?”. Gran parte del cinema americano “cult” degli anni ’70 e ’80 manca dal mio curriculum di cinefilo, e con molta umiltà sto cercando di rimediare.
Forman costituisce una figura particolare all’interno della cinematografia americana: i genitori furono internati ad Auschwitz dai nazisti durante la seconda guerra mondiale, e quando nel 1968 i carri armati sovietici entrarono in Cecoslovacchia per reprimere la cosiddetta “primavera di Praga”, il regista decise di emigrare negli Stati Uniti e di tentare a carriera di regista. Il suo primo vero successo fu proprio questo film, costruito sul romanzo di Ken Kesey. La pellicola, che nel 1975 riuscì a conquistare ben 5 Oscar, affronta il tema del disagio all’interno degli ospedali psichiatrici in modo incredibilmente leggero e pieno di poesia, senza mai tirare lo spettatore in momenti di facile moralismo o di scontato pietismo. Prima che essere un film sulla follia, soprattutto va considerato un film sui moltepèlici aspetti della natura umana, e sui labili confini tra “normalità” e follia.
Il controllo dittatoriale che l’infermiera Mildred esercita sui suoi pazienti, unita ai suoi metodi disumani, apre un interrogativo inquietante: chi è davvero “normale”?
Protagonista del film è il galeotto MacMurphy, un geniale Jack Nicholson.
Arriva nell’Istituto psichiatrico dell’Oregon per essere vagliato dopo essere stato arrestato e recluso in un campo di lavoro dove per i suoi comportamenti veniva considerato “pazzo”.
La sua condotta da “enfant terribile” metterà in crisi il circuito di potere con cui si reprimevano le aspirazioni democratiche dei pazienti.
Perché MacMurphy conquista la nostra simpatia pur essendo un fannullone violento che passa quasi tutto il suo tempo in galera? Probabilmente perché punta il dito contro l’inutile crudeltà che l’umanità che si autopromuove “normale” esercità su quella “malata”.
Da questo punto di vista, il romanzo (scritto nel 1962), è sicuramente un’anticipazione dei temi legati alla contestazione della fine degli anni ’60.
Da segnalare, oltre al mattatore Jack Nicholson, un cast eccezionale in cui riconoscerete Christopher Lloyd (vi ricordate “Doc” in "Ritorno al futuro"?) e un giovane Danny De Vito (nel ruolo di Martini).
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