Solitamente i libri corposi incutono un certo timore. “Riuscirò a finirlo?”. Francamente mi è capitato più di una volta di acquistare un tomo da 600 e più pagine e di arenarmi prima del primo centinaio: esempi celebri sono “Underworld” di Don DeLillo (ma con gli americani non ho mai avuto grandi slanci) e “Il gioco del mondo di Cortazar” (lì la lettura non è mai decollata).
In altri casi, la mia buona volontà è stata ripagata. In particolare, con un autore che amo molto e di cui custodisco quasi tutta la bibliografia: lo scrittore giapponese Murakami Haruki.
Una delle sue uscite più recenti (in realtà si tratta di uno dei suoi primi lavori) è stata riedita da Einaudi con il titolo de L’uccello che girava le viti del mondo.
Una vera e propria saga, visto che nell’edizione originale giapponese le tre parti che costituiscono il volume sono state pubblicate separatamente. Nonostante le 820 pagine, la lettura scorreva fluida come un fiume in piena, e le vicissitudini surreali del protagonista Toru hanno rallegrato le mie giornate.
I romanzi di Murakami sono legati da un filo rosso che li rendono capitoli di un’unica grande vicenda. Basti pensare che il passato di Toru è stato eliminato dalla stesura definitiva per diventare poi un altro romanzo, “A sud del confine, a ovest del sole”, e costituire (ampiamente rimaneggiato, riveduto e corretto) il profilo di un altro personaggio, Hajime.
E’ bello pensare che esista davvero un uccello che “gira le viti del mondo”, appollaiato su un albero senza farsi vedere troppo in giro, mentre modula con il suo canto le vicende terrene.
Ed è altrettanto affascinante intuire un seguito al libro, che non ha nessun lieto fine, e che rimanda al prossimo, speriamo altrettanto appassionante romanzo di Murakami.

