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giovedì, 03 settembre 2009
Questa intervista è stata pubblicata sul n.6 de La terrazza

di Massimiliano De Ritis

Dago Red, titolo di una raccolta di racconti dello scrittore americano John Fante, è il termine con il quale venivano chiamati con disprezzo gli immigrati italiani negli USA.

Ed è anche il nome di una formazione blues abruzzese impegnata da tempo in un'intensa attività concertistica in Italia e all'estero. In occasione della recente uscita del loro ultimo album (omonimo) li abbiamo intervistati.

Siamo al vostro nuovo terzo lavoro, ascoltandolo si percepisce una ricerca che continua, sia sul suono che sul linguaggio musicale. Come è cambiato il vostro rapporto con il blues?
  
Il blues è stato il terreno che ha permesso alle nostre diverse sensibilità musicali di   incontrarsi, oggi è come un colore (suono) di fondo sempre presente anche quando non appare in primo piano e, comunque per noi è un punto di riferimento fondamentale in quanto ci ha insegnato a dire tanto (si spera) usando pochi elementi, una grande scuola di sintesi alla quale guardiamo con molto rispetto e, forse, con un po’ di soggezione.

dago red

In Italia il blues non è mai stato un genere facile con cui misurarsi, quali sono state (e se lo sono ancora) le vostre difficoltà a proporlo nel nostro paese?

Nonostante il proliferare di festival e manifestazioni dedicate al blues non è facile per noi trovare uno spazio adeguato perché  suoniamo in acustico e, quindi, siamo come una nicchia nella nicchia, e perché la nostra ricerca ci porta ad allontanarci da quelli che sono i modelli standard di riferimento però, tutto sommato, stiamo riuscendo a crearci un discreto seguito.

Negli anni avete ricevuto molti consensi da parte del vostro pubblico, che continua a seguirvi con affetto e attenzione. Quanto vi ha sostenuto e aiutato a trovare la vostra identità?

La ricerca di un’identità (anche musicale) è un processo personale e molto intimo.
Quando si concretizza in un lavoro in cui metti una grossa parte di te, l’apprezzamento da parte  degli altri indubbiamente ti sostiene e ti spinge  a migliorarti. 

Questo numero de La terrazza tocca il dedicato tema della cultura. Nel nome che portate è racchiusa la storia di più culture che si incontrano, si avvicinano, a volte si scontrano. Guardando alla vostra esperienza, quale ruolo può avere la musica nel dialogo tra diverse identità culturali?

La domanda è importante e meriterebbe un risposta non sintetica.
La musica è un linguaggio artistico non verbale che trascende la lingua parlata, capace di superarne gli ostacoli. Ogni volta che diversi stili musicali (quindi persone, luoghi, lingue, razze) si sono fusi hanno creato qualcosa di bello e superiore alla semplice somma delle parti.

I Dago Red sono:
Giuseppe Mascitelli, chitarra dobro e voce; Nicola Palanza, banjo, chitarra, dobro; Marco Pellegrini, armonica, voce e chitarra; Fausto Troilo, percussioni; Angelo Tracanna, contrabbasso.

info: www.dagored.it
postato da: margallo alle ore settembre 03, 2009 21:36 | Link | commenti
categoria:musica, blues, dago red
giovedì, 19 ottobre 2006


flamencoParlare di flamenco è affascinante per diverse ragioni. Cercando di uscire dalle visioni stereotipate di ventagli e nacchere, si può provare a comprendere quello che non è semplicemente un genere musicale, ma un vero e proprio modo di vita.
La parola flamenco sembra provenire dalla parola araba “fellahmengu”, ovvero contadino senza terra. Nato e cresciuto in Andalusia, si è sviluppato sulle tradizioni dei Mori e degli Ebrei, ed è sempre stato influenzato dalla cultura dei gitani, arrivati in Spagna già nel secolo XV.
Inizialmente era costituto dal canto solo (palo seco), si sono aggiunti poi la musica (toque) e la danza (baile).
Diciamo inoltre che la sua “nascita” risale alla metà dell’800, e che gia da allora non esistevano né cantanti né ballerini professionisti. Era una forma d’arte familiare, che si riservava agli amici e ai parenti in contesti domestici.
Arrivando quasi ai giorni nostri (siamo negli anni ’70) sono due gli artisti che sono riusciti ad elevare il valore di questa musica straordinaria: il cantante José Monge Cruz (El Camarón de la Isla) e il chitarrista Francisco Sánchez Gómez (Paco de Lucía).
Glissando sulla figura titanica di Paco de Lucia, che affronteremo in altro luogo, vale la pena ricordare il genio di Camaròn, la cui voce è riconosciuta universalmente come  la più grande nella storia del flamenco.  Oltre al classico “Con la colaboracion especial de Paco De Lucia”, realizzato con il grande virtuoso della chitarra, nel 1979 realizza un piccolo capolavoro. “La Leyenda del Tiempo”.
Per la prima volta vengono introdotti strumenti “convenzionali” come il basso elettrico, la batteria, il sitar, il flauto, in un LP di flamenco. Tutto ciò senza che la natura della “tradizione” venga toccata. Come dire, lo spirito è intatto e la voce di Camaròn  è sempre intensa ed emozionante.
Ascoltando le prime battute della open-track “La leyenda del tiempo” pare di ascoltare la PFM, batteria incalzante, basso pulsante e vena prog. Una vera sorpresa. Ma più in là, i battiti delle mani e i rasgueado
delle chitarre ci riportano a casa, con i meravigliosi testi del poeta Federico Garcìa Lorca, che costituiscono la metà delle canzoni.
El Camaròn (come era soprannominato per la sua chioma bionda) ci lascia nel 1992, a soli 41 anni, per un cancro ai polmoni. Il suo amico Paco de Lucia lo ricorda così: “mentre gli altri cantano canzoni con contenuti sociali, la voce di Camaròn esprime in sè stessa la disperazione di una persona”

E proprio ascoltando la prima volta la straordinaria voce di Camaròn, viene da pensare a tutto il flamenco nuevo, l’enorme calderone di gruppi musicali nella Spagna di oggi che lavorano sulla sintassi del flamenco e la riadattano, ridefiniscono secondo le loro esigenze. Tra questi, uno dei più significativi è sicuramente quello degli Ojos de Brujo, formazione di Barcellona che esce proprio in questi giorni con il loro nuovo disco: Techarì. Certo, l’etichetta di "nuovo flamenco" risulta riduttiva per loro. Ad esempio, in Todo Tiende, una delle tracce più belle di questo lavoro, troverete percussioni indiane, vocalizzi rap della loro cantante Marina Abad, ondate di rumba del valente chitarrista Ramon Giménez, in una jam davvero spaziale. Al loro terzo album, il gruppo spagnolo non sembra patire di crisi di ispirazione. La tracklist scorre fluida e ogni brano ha un suo centro ben focalizzato.

Ricordiamo brevemente i loro primi due dischi: Vengue (1999) e Barì (2002)

postato da: margallo alle ore ottobre 19, 2006 00:39 | Link | commenti (3)
categoria:musica, spagna, flamenco
lunedì, 02 ottobre 2006

OPV1             Foto di Alessandro Cosmelli

Voglio approfittare dell’uscita del recente docu-film “L’Orchestra di piazza Vittorio” per parlare su Black Market di questa singolare e (forse) unica formazione musicale  che, negli anni, ha saputo catalizzare l’interesse attorno a sé. Interesse più che giustificato per almeno tre motivi:

Innanzitutto il progetto. L’idea coraggiosa di “affrontare” frontalmente un tessuto socio-culturale complesso come quello di piazza Vittorio a Roma, luogo dove gli italiani sono una “minoranza etnica”, e dove vivono più di sessanta etnie diverse. Il progetto, nato dal tastierista degli Avion Travel insieme all’associazione Apollo 11, era quello di formare un’orchestra che comprendesse musicisti di tutto il mondo che vivessero a Roma. In più, era quello di recuperare uno spazio, quello dell’ex cinema a luci rosse Apollo, destinato inizialmente ad una sala Bingo, recuperato poi dal comune di Roma come spazio “sociale" e diventato infine sala d’incisione dell’Orchestra.

La realizzazione pratica del progetto, non avara di difficoltà. Non è facile trovare musicisti professionisti e modellarli su un’idea “aperta” di musica. L’incontro delle culture, specie nella musica, riflette punti di vista diversi, apportatrici di ricchezza, ma anche di contrasti e di incomprensioni. Ancora di più se tra i musicisti c’è chi campa lavando i vetri ai semafori, o chi vive in un garage. Chi è diplomato al conservatorio oppure chi non sa leggere uno spartito.

L’estetica musicale che il progetto propone. Al di fuori di ogni retorica per cui basta mettere trenta musicisti di diverse nazionalità per ottenere qualcosa di interessante. Mario Tronco& co. ci sono riusciti, ma con un lavoro certosino durato due anni.

 Il loro primo disco (omonimo) raccoglie tante melodie emozionanti miscelate in modo sapiente  attraverso il gusto di una claque di musicisti nostrani (Mario Tronco e Peppe d’Argenzio degli Avion travel, il versatile Pino Pecorelli al contrabbasso). Già all’epoca (2003) emergevano le forti personalità del cantante ecuadoregno Carlos Paz, del vocalist tunisino Houcine Ataa, del percussionista/batterista argentino Raul “Cuervo” Scebba.
La prima volta che li vidi dal vivo la sensazione era quella di una quantità enorme di energia musicale sprigionata, che veniva gestita con grande cura ed eleganza.
Da questo punto di vista, ammirevole è  il lavoro di direzione dello stesso Tronco e di arrangiamento di Leandro Piccioni.
Poi nel 2006, dopo varie tournèe in Europa e la definitiva consacrazione in Italia, arriva il secondo disco
Sona
, nato in progress e poi registrato all’Apollo 11.
E già nel titolo, che nella lingua de Rhajastan significa “bello” e che in romanesco sta per “suona”, “funziona”, c’è il segreto della loro particolare alchimia.
La formazione è parzialmente rimaneggiata, ma il suono rimane “fresco”, le idee musicali convincenti.
E per chi vuole conoscere l’avventurosa storia della genesi e della trasformazione di questo ensemble, è uscito lo scorso 22 settembre un documentario che ne ripercorre le tappe fondamentali.
Raccoglie pubblico e privato dei loro componenti, tra permessi di soggiorno negati e momenti di euforia. E’ una storia genuina, che sfata sia gli sciocchi buonismi di chi abusa del concetto di “multiculturalità” sia le frettolose teorie dello “scontro di civiltà”, evocate ormai a sproposito.
Da vedere e ascoltare.


Il film è in programmazione a Roma nei  cinema Greenwich (Testaccio) e Quattro Fontane (centro storico)

postato da: margallo alle ore ottobre 02, 2006 22:48 | Link | commenti (1)
categoria:musica, cinema
venerdì, 15 settembre 2006

fagenVagando tra gli scaffali della piccola ma stuzzicante sezione shop della Casa del Jazz, mi sono imbattuto nel live di Stefano Bollani per la serie JazzItaliano Live 2006 e con gradevolissima meraviglia ho notato nella tracklist Morph the cat di Donald Fagen.

Smontando e rimontando questo brano dal riff deciso (che puoi canticchiare ogni mattina sotto la doccia…) Bollani ha messo su un vero e proprio standard, dimostrando ancora una volta come il jazz possa mimetizzarsi in tanti altri generi musicali. Non si capirebbe, altrimenti, come i brani dei Beatles abbiano avuto una fortuna clamorosa nel riarrangiamento in chiave jazzistica (basti pensare al pianista Brad Mehldau).

La cover di Bollani dà inoltre lo spunto per riascoltare ancora una volta le belle armonie di  Morph the cat, album di rara raffinatezza che prosegue il percorso (ormai più che trentennale) di Fagen, fine paroliere e  arrangiatore scrupoloso.

Terzo album solista del songwriter americano, chiude un’immaginaria trilogia che lo riporta al modello del suo periodo iniziale con gli Steely Dan, sua creatura insieme a Walter Becker. La copertina, che lo raffigura seduto nella solita stanza cupa, rimanda direttamente alla sua pietra miliare The Nightfly, in cui siedeva davanti ad un microfono e ad un giradischi, come in una stazione radiofonica americana degli anni '50.

Oltre alla sensuale traccia d’apertura, che dà il titolo all’album, si prosegue con piccoli capolavori, tra cui la blueseggiante  What i do e la ammaliante The great pagoda of Funn, che con le sue trombe mute e lo stile smooth-jazz riporta alle atmosfere da crociera di  “Love Boat".
Pane per i denti anche dei meno scafati fan degli Steely Dan, di cui questo disco perpetua l’estetica e il mood. Da segnalare anche Mary shut the garden door, suggestione sulle paranoie istigate da Bush "Paranoia blooms when a thuggish cult gains control of the government…"

Come i suoi precedenti lavori, dischiude la propria bellezza dopo parecchi ascolti, ammorbidendo i suoi spigoli e rivelando la sua intensità.

postato da: margallo alle ore settembre 15, 2006 01:23 | Link | commenti (1)
categoria:musica, , steely dan, stefano bollani
giovedì, 07 settembre 2006

crossing_babazula_b300Quando arrivi in un luogo e vuoi comprenderlo, ascolta la musica che vi si suona, recita un vecchio adagio confuciano. E sembra proprio questo il motivo ispiratore del recente "Crossing the bridge" del regista turco-tedesco Fatih Akin, già autore de “La sposa turca”. Proprio durante le riprese di quel film, Akin ed il bassista Alexander Hacke (Einsturzende Neubauten) hanno colto il sound straordinario di Istanbul, città attraversata per millenni da culture diverse (ebraica, curda, ottomana, araba) e che nello scenario della musica moderna è un naturale crocevia di intenzioni.
Tra i protagonisti di questa straordinaria soundtrack (c’è davvero di tutto, dall’hip-hop, alla musica gitana, al dub oryantal) spicca sicuramente un gruppo ipercreativo e “mescolante”: i Baba Zula.
Formatisi nel 1996, propongono una miscel
a sapiente di suoni tradizionali (la darbouka, il saz, la zurna) con una lenta e fluente cadenza dub. Ascoltando il loro ultimo lavoro “Duble Oryantal” (c’è lo zampino di Hacke al basso e la produzione di Mad Professor) si può godere di vocalizzi ammalianti (Zerzevat Adam) e delle psichedeliche diffrazioni reggae di “Istanbul Cocuklari”, due tra le perle dell’album.

In perenne viaggio tra i festival europei, quest’anno hanno suonato ad Arezzo wave e al Folk Festival di Ariano Irpino.

postato da: margallo alle ore settembre 07, 2006 01:29 | Link | commenti (1)
categoria:musica, festival